In su la vetta

| venerdì, agosto 24th, 2012 | No Comments »

Recensione Claudio Brancaleoni a “In su la vetta” di Luciano Boccardini, quadro dedicato a Luca Panichi.

In su la vetta

Non è affatto difficile trovare tra le opere di Luciano Boccardini rimandi (più o meno espliciti) ad accadimenti storici sociali o politici (si ricorda che, una vasta selezione della produzione artistica del Maestro, che va dagli anni settanta ai giorni nostri, è stata finalmente raccolta e ordinata, dalla Fondazione culturale “Luciano Boccardini”, in una mirabile galleria-museo con sede presso “ Arredamenti Mandarini” in via Ferriera a Torgiano di Perugia). Se oggetto privilegiato della rappresentazione dell’artista sono eventi che hanno costituito un trauma in negativo per una collettività (si pensi a quadri come Auschwitz, le Foibe, Universo contro, 11 Settembre, Ultimo atto, Contestazione, Il primo socialista, tanto per citarne alcuni tra i più noti), campi di indagine altrettanto importanti e frequentati sono quelli in cui l’evento narrato si impone per la capacità di rappresentare una positiva rottura: di un ordine costituito, di una sclerosi interpretava, ecc. A questi eventi Boccardini dà nuovamente voce con l’intento di sottrarli dal limbo in cui il tempo attuale li ha confinati e di rimetterli in gioco, piuttosto che come monumenti, come “casi aperti” sui quali, cioè, bisogna tornare a riflettere. Così avviene, appunto, per la sua opera  In su la vetta (luglio 2012), dove l’artista ripercorre le gesta dell’atleta umbro Luca Panichi, salito alle cronache nazionali per la straordinaria scalata dello Stelvio, la cima Coppi del Giro d’Italia 2012: una salita di 19 Km e con una pendenza media di oltre il 7% percorsa in otto ore con la sua sedia a ruote (si ricorda che Panichi è stato costretto sulla sedia a ruote a seguito di un incidente occorsogli durante il Giro ciclistico dell’Umbria nel luglio del 1994, eppure l’incidente  non gli ha fatto rinunciare al suo sogno di essere un ciclista, ma lo ha spinto a conquistare sempre nuove mete: dalla scalata degli ultimi 5 km del Blockhouse in Abruzzo durante il giro d’Italia del 2009, alla scalata del Terminillo e del passo del Tonale nel 2010, fino alla più recente impresa sopra descritta).

Colui che si trova davanti all’opera di Boccardini è invitato a confrontarsi anzitutto con il titolo, tratto dal primo verso dalla nota poesia di Leopardi: Il passero solitario. Ne riporto l’inizio: “D’in su la vetta della torre antica, / Passero solitario, alla campagna / Cantando vai finchè non more il giorno; / Ed erra l’armonia per questa valle. / Primavera dintorno / Brilla nell’aria, e per li campi esulta, / Sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Ma il risultato di ciò che potrebbe sembrare un’operazione puramente e doppiamente mimetica, in realtà, è fortemente straniante. Anzitutto l’artista parte dalla poesia del recanatese per tracciare un’iniziale parallelo tra il passero/poeta e l’atleta. Come il passero che, dall’alto della torre, osserva ciò che accade sotto di lui, con la rassegnata disperazione di chi, per indole, è escluso da un’attiva partecipazione alle attività quotidiane e ai riti di festa che si svolgono quotidianamente, così l’atleta è immaginato lungo il suo percorso solitario di ascesa, non ammesso a partecipare (non per indole, stavolta, quanto, piuttosto, per cattiva sorte) da quella che prima era la sua normale attività di ciclista professionista. Eppure, se la poesia di Leopardi conduce verso l’irrimediabile e ontologica esclusione dalla vita attiva quotidiana, il quadro di Boccardini esalta invece la partecipazione alla vita, tramite le celebrazioni della tenacia dell’atleta e della sua volontà di essere attore protagonista di un percorso che avviene sì in solitario (come quello di ciascun uomo), ma che la realizzazione dell’impresa trasforma in esperienza collettiva e in messaggio di speranza per tutti coloro che non vogliono rinunciare a perseguire i propri sogni e i propri obiettivi. L’intento del pittore è perciò quello di costringere lo spettatore a guardare il quadro in maniera costantemente problematica. Ad esempio, se il titolo va messo in relazione contrastiva con il significato ultimo dell’opera leopardiana, la ruota della sedia –  raffigurata, con un espressionistico “primo piano”, in modo quasi deforme, come piegata dalla grande pressione che le mani dell’atleta esercitano su di essa -, sospesa in un graffiato blu liberatorio, non è, invece, il simbolo di un qualche impedimento (come è d’uso nei codici iconici più comuni), ma è l’emblema del movimento, della partecipazione alla vita e simbolo della trasformazione e della velocità (se si guarda bene il quadro, infatti, la ruota della sedia è anche la ruota anteriore di una bicicletta ottocentesca, di quelle progettate da James Starley, colui che nel 1870 ha migliorato il concetto di velocipede, inserendo una grande ruota alla parte anteriore, cosa che ha permesso di raggiungere più grandi velocità). L’importanza dell’opera (è noto) risiede nella sensazione che essa trasmette, attraverso la forma, lo stile e il contenuto. Ed è proprio lo stile di Boccardini ad esaltare il significato dell’opera. Dita, spatola, pennello, chiodi, carta vetrata non sono semplici “attrezzi del mestiere” che egli usa per dare vita al quadro, ma sono essi stessi significati, esperienze ulteriori che amplificano la tensione conoscitiva ed impongono allo spettatore una ulteriore, continua volontà di ricerca e di confronto con la complessa vicenda dell’atleta. Il quadro diventa anche il “campo di battaglia” nel quale si gioca l’impresa di Panichi: ad esempio i colori del vento e del cielo (il bianco e le varie tonalità di blu) sono riportati senza alcuna retorica romantica, impressi, come sono, sulla tavola non con la grazia del pennello, ma con la rabbia e la forza delle dita e con il tratto scabro delle spatole. “Lo sport – ha dichiarato in una intervista Luca Panichi – diventa scuola di vita nel momento in cui l’esperienza del proprio limite rappresenta un punto di partenza e non uno di arrivo”. Ecco: credo proprio che questa affermazione dell’atleta coincida con l’essenza del quadro e con la poetica dell’autore che l’ha dipinto.

Claudio Brancaleoni

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